L'aria della stanza gli gelava le spalle. Si stese piano sotto le lenzuola accanto alla moglie. Insieme divenivan'ombre. Meglio passare all'altro mondo pieni di baldanza, nel rigoglìo della passione, che avvizzire svanendo nel desolato trascorrere degli anni. Pensò come colei che gli giaceva accanto avesse tenuta sigillata nel cuore per tanti anni l'immagine degli occhi del proprio innamorato, quando le disse che non gl'importava di vivere. Lacrime generose riepirono gli occhi di Gabriel. Salirono più fitte e nella semioscurità immaginò di scorgere la sagoma d'un giovane in piedi sotto un albero gocciolante. Altre sagome gli erano accanto. La sua anima s'era avvicinata a quella regione dove abita l'immensa folla dei morti. Era cosciente di quella loro ostinata, tremula esistenza, ma non riusciva ad afferrarla. La sua stessa identità svaniva in un mondo grigio ed impalpabile: il mondo compatto in cui un tempo quei morti avevano vissuto e procreato s'andava dissolvendo e rimpicciolendo.
Un picchiettare sommesso sui vetri lo fece voltare verso la finestra: aveva ricominciato a nevicare. Osservò assonnato fiocchi neri e argentei che cadevano obliqui contro il lampione. Era giunto il momento di mettersi in viaggio, verso occidente. Sì, i giornali dicevano il vero: c'era neve dappertutto in Irlanda. Cadeva ovunque nella buia pianura centrale, sulle nude colline; cadeva soffice sulla palude di Allen e più a ovest sulle nere, tumultuose onde dello Shannon. Cadeva in ogni canto del cimitero deserto, lassù sulla collina dov'era sepolto Michael Furey. S'ammucchiava alta sulle croci contorte, sulle pietre tombali, sulle punte del cancelletto, su gli spogli roveti. E la sua anima svanì adagio nel sonno mentre udiva lieve il cadere la neve sull'universo, e cadere lieve come discesa della loro estrema fine su tutti i vivi e i morti.
James Joyce The Dead (1907)